La diseguaglianza ha raggiunto nella globalizzazione dei livelli mai raggiunti prima. In modo particolare scrive Bauman: “ Il patrimonio combinato delle 100 persone più ricche del mondo è quasi due volte quello dei 2.5 miliardi di persone più povere”. (pag.10, op. cit.)
La crescente diseguaglianza globale è tale da determinare una
condizione di maggiore successo per l'elite finanziaria. Le
liberalizzazioni pre e post washingont consensus hanno determinato
delle condizioni fondamentali per consentire diicnrementare gli
affari per la classe dirigente. Tuttavia è necessario considereare
che per quanto le libertà eocnomiche possano essere considerate come
libertà fondamentali per l'esercizio dei diritti inalinabili nelle
società democratiche è pur vero che le libertà democratiche
soffrono di un problema di accesso. Mentre infatti per andare a
votare è sufficiente avere un diritto di cittadinanza riconociuto
dallo Stato e recarsi al seggio, per avviare una impresa, per
realizzare un'organizzazione economica, per incrementare la
detenzione dei diritti di proprietà è necessario avere una base di
risorse economiche fondamentali. Lo stato in questo senso non ha
alcuna possibilità di “rimuovere gli ostacoli che si frappongono
alla diseguaglianza” come recita l'art. 3 della costituzione
italiana, per la semplice ragione che le persone ricche hanno sempre
maggiori possibilità di esercitare l'attività di impresa rispetto
alle persone povere. Le libertà economiche rimangono quindi
produttive di diseguaglianza perché se in effetti la costituzione
riconosce a tutti il diritto di esercitarle è pure vero che non
tutti hanno le medesime possibilità economiche per avviare una
attività di impresa. Ne deriva che le libertà economiche tendono ad
avvantaggiare le persone che in realtà non ne avrebbero bisogno
perché magari già ricche o dotate di mezzi sufficienti per
l'attività di impresa, mentre nello stesso tempo coloro i quali
avrebbero maggiori necessità di iniziare una attività di impresa
sono esclusi per mancanza di mezzi. Nè sembra del resto che il
sistema bancario o creditizio sia in una qualche modo in grado di
superare questi problemi soprattutto a causa della crisi finanziaria.
Possiamo verificare che in effetti a causa della crisi finanziaria le
banche sono diventate delle organizzazioni a favore della
diseguaglianza sociale distorcendo le loro iniziali capacità
operative. Le banche infatti, almeno una parte del sistema bancario
ha sempre avuto una fortissima attenzione, ai deboli, agli ultimi,
agli indigenti e alla promozione dei talenti, e questo non solo
nell'ambito del sistema dell'economia cooperativa, o sociale, ma pure
nel sistema per esempio capitalista post-fordista della ricostruzione
industriale post-bellica quando istituti di credito erano dedicati ai
piccoli imprenditori, agli artigiani e soprattutto agli agricoltori
enfatizzando la loro abilita di essere degli attori indipendenti
della crescita economica e dello sviluppo non solo economico ma anche
sociale di una intera comunità-nazione. Quindi il discorso sulle
liberalizzazioni e sulla libertà economiche deve essere rivisto per
fare in modo che tutti abbiano non solo una generica libertà
riconosciuta ma pure delle concrete possibilità di trasfondere la
propria libertà economica in una vera e propria attività economica.
Bauman
continua: “Danilo
Zolo, che ha di recente confrontato le stime disponibili sulla
diseguaglianza globale, concludeva che “bastano pochi dati
statistici per confermare drammaticamente il tramonto dell'”età
dei diritti” nell'era della globalizzazione.” (pag.11, op. cit.)
E
questo accade perché la versione liberaldemocratica della
socialdemocrazia è in grado di aumentare le libertà economiche
senza tuttavia fornire alle persone la possibilità di esercitare
quelle stesse libertà economiche attraverso non solo politiche
redistributive ma pure attraverso delle condizioni sociali in grado
di sostenere gli impegni che sono legati all'attività dell'impresa o
delle organizzazioni economiche. Se infatti il sogno di una società
libera nella quale ognuno è in grado di essere un buon cittadino e
nello stesso tempo un buon imprenditore, e quindi in grado di
amministrare delle risorse economiche è certamente un sogno
condivisibile e in grado di realizzare una idea di progresso, allo
stesso tempo è necessario sottolineare che tale sogno non è
realizzabile in assenza di interventi da parte dello Stato che siano
rivolti alla rimozione dei limiti cognitivi, sociali, e
economico-finanziari tali da dare senso nuovo alla condizione
economica.
Bauman
scrive: “ […] il vero
impatto del cambiamento, che consiste nel declino delle “classi
medie” al rango di “precariato””
(pag. 12, op. cit.)
In
effetti si tratta di una condizione che sembra essere ormai
irrecuperabile nel livello raggiunto dall'economia contemporanea. La
classe borghese, che pure è stata accusata di aver commesso enormi
crimini contro il popolo, soprattutto nelle fasi iniziali del
capitalismo, sembra oggi essere del tutto assente e incapace di
realizzare un qualche piano sociale. Se c'è un obbiettivo che è
stato raggiunto dai fautori della sinistra rivoluzionaria è stata la
scomparsa della borghesia, anche se il mondo borghese è
sopravvissuto alla scomparsa della borghesia e anzi manifesta il suo
lato peggiore nella contemporaneità. In modo particolare possiamo
verificare che la scomparsa della borghesia ha acuito la crudeltà
della società borghese trasformando una società che pure aveva una
classe media in un sistema polarizzato con la rinascita di una
aristocrazia finanziaria che si accompagna ad un popolo che vive
nella povertà o incapace di modificare in modo strutturale le
proprie condizioni di vita. La borghesia garantiva attenzione
concreta anche alle classi medie attraverso l'impegno in favore dei
diritti diffusi, della scuola pubblica, della sanità pubblica e
dell'idea di democrazia come processo meritocratico di selezione
della classe dirigente. Una condizione che appare del tutto
improponibile a seguito della scomparsa della classe borghese.
L'elite finanziaria infatti non ha bisogno di fare delle battaglie in
favore dell'economia pubblica, poiché l'aristocrazia non necessita
di scuole pubbliche né di ospedali pubblici, ma solo di banche, di
occasioni di affari e di pochi selezionati amici in grado di aprire
le porte degli enti pubblici alla bisogna. Ecco perché la decadenza
della classe borghese porta con se l'eliminazione della democrazia
come un regime in grado di realizzare una qualche forma di
meritocrazia economica e fa in modo che la democrazia sia solo
formale e quindi priva del suo significato originario.
L'emancipazione delle classi povere, sia dei gruppi che dei singoli
non è più possibile attraverso il meccanismo democratico e del
resto il mercato, in presenza di una forte crisi economica come
quella che si è verificata nel 2007 non ha bisogno di poveri da
introdurre nel lavoro poiché il sistema produttivo si orienta verso
una crescita stabile della disoccupazione naturale. Tuttavia appare
difficile la restaurazione della classe media, poiché essa è stata
del tutto eliminata dalla globalizzazione postmoderna, l'unica
possibilità a questo punto appare quella legata alla dimensione
della crescita ulteriore della diseguaglianza con riduzione della
popolazione complessiva nel mondo occidentale e cambiamento della
classe dirigente a seguito soprattutto dell'immigrazione e della
novazione demografica proveniente dai paesi del medio e dell'estremo
oriente.
La
classe borghese non rinascerà come la fenice. La classe borghese è
stata un unicum. La sua eliminazione ha reso il mondo diseguale in
modo irreversibile con una disparità di mezzi tra le classi ricche
e le classi povere tali da incrementare i rischi sistemici legati
alle guerre, alle cirisi, e ai disastri ambientali prodotti
dall'uomo. La classe borghese riusciva a mediare tra il popolo e le
elite finanziarie. Senza classe borghese la popolazione potrà essere
preda di ogni tipo di crisi sistemica possibile.
Il
precariato è lo strumento che rende possibile la riduzione delle
possibilità di crescita economica per le fasce di popolazione che
sono ai margini della società. Il precariato è stato presentato
come un elmento di massima libertà per l'economia contemporanea. Le
persone sarebbero state liberate da impieghi e occupazioni ripetitive
e avrebbero finalmente potuto avere accesso ad un lavoro determinato
sulla base delle condizioni di mercato. Tuttavia le condizioni di
mercato appaiono essere tali da non consentire al precario di
ottenere un reddito sufficiente per fare fronti ai bisogni base quali
sono quelli dia vere un tetto sotto il quale vivere, di che mangiare
e vestirsi. Per questa ragione il precariato è lo strumento
attraverso il quale la popolazione è stata ridotta in schiavitù
attraverso la narrazione di un ipotetico mercato nel quale le persone
avrebbero potuto realizzare e gestire i meccanismi di domanda e
offerta e incrementare il proprio reddito. Ai precari nessuno ha
spiegato che il mercato concorrenziale non esiste, che nella migliore
delle ipotesi le imprese colludono e nella peggiore delle ipotesi le
imprese scelgono i propri collaboratori e fornitori sulla base di
motivazione fuori mercato e che hanno a che vedere con i vantaggi
immediati che ne possono trarre. E questo è tanto più vero in una
condizione di mercato locale, quale può essere quello di una certa
regione o di una certa città dove i meccanismi della collusione sono
certo più forti di quelli della competizione. Ne deriva pertanto che
un obbiettivo per la sinistra dovrebbe essere quello, paradossale, di
ristabilire la borghesia ed eliminare il precariato nel tentativo di
ridistribuire la ricchezza attraverso la riduzione della distanza tra
le elite finanziaria e le persone a minore reddito. I vantaggi di una
tale condizione sarebbero certo valutabili in termini di maggiore
partecipazione alla società politica, ma pure in termini di maggiore
entrate per lo Stato, a seguito della crescita del numero dei
contribuenti e della crescita dell'efficienza del settore pubblico,
in grado di competere anche con il privato, compreso il “privato
sociale”.
Bauman
cita Stewart Lansley nello scrivere: “Secondo
l'ortodossia economica, una energica dose di disuguaglianza rende più
efficienti e più veloci le economie in crescita” (pag. 18-19, op. cit.)
In
realtà questa proposizione è stata introdotta nell'economia
politica soprattutto in ambito sviluppista. Alcuni economisti hanno
infatti verificato che le economie povere tendono ad avere un tasso
di crescita economica superiore rispetto alle economie
industrializzate. Si tratta di un dato empirico verificabile anche
nell'attuale contesto geopolitico globale. Il tasso di crescita dei
paesi asiatici è maggiore del tasso di crescita delle economie
occidentali. In realtàè anche questa proposizione si fonda
sull'idea di economia come scarsità. In effetti taluni ritengono che
nella strutturazione dell'economia come gioco a somma zero totale il
tasso di crescita massimo di un paese debba in un qualche modo
ridursi con il verificarsi della crescita economica. Come se cioè
ogni paese avesse a disposizione una economia potenziale ed una volta
raggiunti certi livelli non sia possibile crescere di più. In realtà
i dati dimostrano che le economie evolute possono continuare a
crescere a tassi elevati, come nel caso di alcuni paesi come Stati
Uniti o Germania, e che quindi in realtà le prospettive di crescita
economica sono in un qualche modo indipendenti rispetto al problema
della diseguaglianza, soprattutto con riferimento al caso tedesco che
ha anche, come noto una importante politica sociale nonostante gli
elevati livelli di crescita economica. La proposizione che associa
più diseguaglianza a maggiori probabilità di crescita economica è
quindi vera sotto il punto di vista empirico a livello globale anche
se alcune economie fanno eccezione e questo lascia intendere
l'esistenza di un qualche spazio di politica economica in grado di
modificare le condizioni economiche sistemiche o i trend predefiniti.
Bauman
scrive ancora: “Le
società dei consumi stanno perdendo la capacità di consumare”
. In effetti a causa della crisi economica e la riduzione del reddito
la possibilità per le persone di consumare si è ridotta e questo ha
comportato di fatto una riduzione dell'economia dei consumi. Nello
stesso tempo la sfiducia e la paura del futuro hanno determinato una
crescita dei risparmi con una riduzione ulteriore dei consumi. Per
queste ragioni è probabile che anche i consumatori occidentali
perderanno sempre maggiore terreno rispetto ai consumatori orientali.
Tuttavia
è probabile che non vi saranno sommesse sociali né rivoluzioni né
simili, poiché in effetti la condizione fondamentale affinché vi
sia una reazione violenta è la compresenza fisica tra le varie
classi sociali. La globalizzazione ha reso tutto più soffuso. In
realtà non vi sono dei luoghi di incontro, delle piazze, delle agorà
e neanche delle polis nelle quali potere esercitare una qualche forma
di dialettica-scontro. Per questa ragione è probabile che la crisi
delle elite finanziaria si verificherà con la manifestazione di un
conflitto tra elite. Poiché le elite giocano a somma zero anche tra
di loro. Tuttavia è difficile valutare quali siano i costi di un
eventuale conflitto tra elite finanziarie.
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