giovedì 1 gennaio 2015

Le presunte virtù della disegualianza sociale

Alcune riflessioni su "La ricchezza di pochi avvantaggia tutti. Falso !"

La diseguaglianza ha raggiunto nella globalizzazione dei livelli mai raggiunti prima. In modo particolare scrive Bauman: “ Il patrimonio combinato delle 100 persone più ricche del mondo è quasi due volte quello dei 2.5 miliardi di persone più povere”. (pag.10, op. cit.)

La crescente diseguaglianza globale è tale da determinare una condizione di maggiore successo per l'elite finanziaria. Le liberalizzazioni pre e post washingont consensus hanno determinato delle condizioni fondamentali per consentire diicnrementare gli affari per la classe dirigente. Tuttavia è necessario considereare che per quanto le libertà eocnomiche possano essere considerate come libertà fondamentali per l'esercizio dei diritti inalinabili nelle società democratiche è pur vero che le libertà democratiche soffrono di un problema di accesso. Mentre infatti per andare a votare è sufficiente avere un diritto di cittadinanza riconociuto dallo Stato e recarsi al seggio, per avviare una impresa, per realizzare un'organizzazione economica, per incrementare la detenzione dei diritti di proprietà è necessario avere una base di risorse economiche fondamentali. Lo stato in questo senso non ha alcuna possibilità di “rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla diseguaglianza” come recita l'art. 3 della costituzione italiana, per la semplice ragione che le persone ricche hanno sempre maggiori possibilità di esercitare l'attività di impresa rispetto alle persone povere. Le libertà economiche rimangono quindi produttive di diseguaglianza perché se in effetti la costituzione riconosce a tutti il diritto di esercitarle è pure vero che non tutti hanno le medesime possibilità economiche per avviare una attività di impresa. Ne deriva che le libertà economiche tendono ad avvantaggiare le persone che in realtà non ne avrebbero bisogno perché magari già ricche o dotate di mezzi sufficienti per l'attività di impresa, mentre nello stesso tempo coloro i quali avrebbero maggiori necessità di iniziare una attività di impresa sono esclusi per mancanza di mezzi. Nè sembra del resto che il sistema bancario o creditizio sia in una qualche modo in grado di superare questi problemi soprattutto a causa della crisi finanziaria. Possiamo verificare che in effetti a causa della crisi finanziaria le banche sono diventate delle organizzazioni a favore della diseguaglianza sociale distorcendo le loro iniziali capacità operative. Le banche infatti, almeno una parte del sistema bancario ha sempre avuto una fortissima attenzione, ai deboli, agli ultimi, agli indigenti e alla promozione dei talenti, e questo non solo nell'ambito del sistema dell'economia cooperativa, o sociale, ma pure nel sistema per esempio capitalista post-fordista della ricostruzione industriale post-bellica quando istituti di credito erano dedicati ai piccoli imprenditori, agli artigiani e soprattutto agli agricoltori enfatizzando la loro abilita di essere degli attori indipendenti della crescita economica e dello sviluppo non solo economico ma anche sociale di una intera comunità-nazione. Quindi il discorso sulle liberalizzazioni e sulla libertà economiche deve essere rivisto per fare in modo che tutti abbiano non solo una generica libertà riconosciuta ma pure delle concrete possibilità di trasfondere la propria libertà economica in una vera e propria attività economica.

Bauman continua: “Danilo Zolo, che ha di recente confrontato le stime disponibili sulla diseguaglianza globale, concludeva che “bastano pochi dati statistici per confermare drammaticamente il tramonto dell'”età dei diritti” nell'era della globalizzazione.” (pag.11, op. cit.)

E questo accade perché la versione liberaldemocratica della socialdemocrazia è in grado di aumentare le libertà economiche senza tuttavia fornire alle persone la possibilità di esercitare quelle stesse libertà economiche attraverso non solo politiche redistributive ma pure attraverso delle condizioni sociali in grado di sostenere gli impegni che sono legati all'attività dell'impresa o delle organizzazioni economiche. Se infatti il sogno di una società libera nella quale ognuno è in grado di essere un buon cittadino e nello stesso tempo un buon imprenditore, e quindi in grado di amministrare delle risorse economiche è certamente un sogno condivisibile e in grado di realizzare una idea di progresso, allo stesso tempo è necessario sottolineare che tale sogno non è realizzabile in assenza di interventi da parte dello Stato che siano rivolti alla rimozione dei limiti cognitivi, sociali, e economico-finanziari tali da dare senso nuovo alla condizione economica.

Bauman scrive: “ […] il vero impatto del cambiamento, che consiste nel declino delle “classi medie” al rango di “precariato”” (pag. 12, op. cit.)

In effetti si tratta di una condizione che sembra essere ormai irrecuperabile nel livello raggiunto dall'economia contemporanea. La classe borghese, che pure è stata accusata di aver commesso enormi crimini contro il popolo, soprattutto nelle fasi iniziali del capitalismo, sembra oggi essere del tutto assente e incapace di realizzare un qualche piano sociale. Se c'è un obbiettivo che è stato raggiunto dai fautori della sinistra rivoluzionaria è stata la scomparsa della borghesia, anche se il mondo borghese è sopravvissuto alla scomparsa della borghesia e anzi manifesta il suo lato peggiore nella contemporaneità. In modo particolare possiamo verificare che la scomparsa della borghesia ha acuito la crudeltà della società borghese trasformando una società che pure aveva una classe media in un sistema polarizzato con la rinascita di una aristocrazia finanziaria che si accompagna ad un popolo che vive nella povertà o incapace di modificare in modo strutturale le proprie condizioni di vita. La borghesia garantiva attenzione concreta anche alle classi medie attraverso l'impegno in favore dei diritti diffusi, della scuola pubblica, della sanità pubblica e dell'idea di democrazia come processo meritocratico di selezione della classe dirigente. Una condizione che appare del tutto improponibile a seguito della scomparsa della classe borghese. L'elite finanziaria infatti non ha bisogno di fare delle battaglie in favore dell'economia pubblica, poiché l'aristocrazia non necessita di scuole pubbliche né di ospedali pubblici, ma solo di banche, di occasioni di affari e di pochi selezionati amici in grado di aprire le porte degli enti pubblici alla bisogna. Ecco perché la decadenza della classe borghese porta con se l'eliminazione della democrazia come un regime in grado di realizzare una qualche forma di meritocrazia economica e fa in modo che la democrazia sia solo formale e quindi priva del suo significato originario. L'emancipazione delle classi povere, sia dei gruppi che dei singoli non è più possibile attraverso il meccanismo democratico e del resto il mercato, in presenza di una forte crisi economica come quella che si è verificata nel 2007 non ha bisogno di poveri da introdurre nel lavoro poiché il sistema produttivo si orienta verso una crescita stabile della disoccupazione naturale. Tuttavia appare difficile la restaurazione della classe media, poiché essa è stata del tutto eliminata dalla globalizzazione postmoderna, l'unica possibilità a questo punto appare quella legata alla dimensione della crescita ulteriore della diseguaglianza con riduzione della popolazione complessiva nel mondo occidentale e cambiamento della classe dirigente a seguito soprattutto dell'immigrazione e della novazione demografica proveniente dai paesi del medio e dell'estremo oriente.

La classe borghese non rinascerà come la fenice. La classe borghese è stata un unicum. La sua eliminazione ha reso il mondo diseguale in modo irreversibile con una disparità di mezzi tra le classi ricche e le classi povere tali da incrementare i rischi sistemici legati alle guerre, alle cirisi, e ai disastri ambientali prodotti dall'uomo. La classe borghese riusciva a mediare tra il popolo e le elite finanziarie. Senza classe borghese la popolazione potrà essere preda di ogni tipo di crisi sistemica possibile.

Il precariato è lo strumento che rende possibile la riduzione delle possibilità di crescita economica per le fasce di popolazione che sono ai margini della società. Il precariato è stato presentato come un elmento di massima libertà per l'economia contemporanea. Le persone sarebbero state liberate da impieghi e occupazioni ripetitive e avrebbero finalmente potuto avere accesso ad un lavoro determinato sulla base delle condizioni di mercato. Tuttavia le condizioni di mercato appaiono essere tali da non consentire al precario di ottenere un reddito sufficiente per fare fronti ai bisogni base quali sono quelli dia vere un tetto sotto il quale vivere, di che mangiare e vestirsi. Per questa ragione il precariato è lo strumento attraverso il quale la popolazione è stata ridotta in schiavitù attraverso la narrazione di un ipotetico mercato nel quale le persone avrebbero potuto realizzare e gestire i meccanismi di domanda e offerta e incrementare il proprio reddito. Ai precari nessuno ha spiegato che il mercato concorrenziale non esiste, che nella migliore delle ipotesi le imprese colludono e nella peggiore delle ipotesi le imprese scelgono i propri collaboratori e fornitori sulla base di motivazione fuori mercato e che hanno a che vedere con i vantaggi immediati che ne possono trarre. E questo è tanto più vero in una condizione di mercato locale, quale può essere quello di una certa regione o di una certa città dove i meccanismi della collusione sono certo più forti di quelli della competizione. Ne deriva pertanto che un obbiettivo per la sinistra dovrebbe essere quello, paradossale, di ristabilire la borghesia ed eliminare il precariato nel tentativo di ridistribuire la ricchezza attraverso la riduzione della distanza tra le elite finanziaria e le persone a minore reddito. I vantaggi di una tale condizione sarebbero certo valutabili in termini di maggiore partecipazione alla società politica, ma pure in termini di maggiore entrate per lo Stato, a seguito della crescita del numero dei contribuenti e della crescita dell'efficienza del settore pubblico, in grado di competere anche con il privato, compreso il “privato sociale”.

Bauman cita Stewart Lansley nello scrivere: “Secondo l'ortodossia economica, una energica dose di disuguaglianza rende più efficienti e più veloci le economie in crescita” (pag. 18-19, op. cit.)

In realtà questa proposizione è stata introdotta nell'economia politica soprattutto in ambito sviluppista. Alcuni economisti hanno infatti verificato che le economie povere tendono ad avere un tasso di crescita economica superiore rispetto alle economie industrializzate. Si tratta di un dato empirico verificabile anche nell'attuale contesto geopolitico globale. Il tasso di crescita dei paesi asiatici è maggiore del tasso di crescita delle economie occidentali. In realtàè anche questa proposizione si fonda sull'idea di economia come scarsità. In effetti taluni ritengono che nella strutturazione dell'economia come gioco a somma zero totale il tasso di crescita massimo di un paese debba in un qualche modo ridursi con il verificarsi della crescita economica. Come se cioè ogni paese avesse a disposizione una economia potenziale ed una volta raggiunti certi livelli non sia possibile crescere di più. In realtà i dati dimostrano che le economie evolute possono continuare a crescere a tassi elevati, come nel caso di alcuni paesi come Stati Uniti o Germania, e che quindi in realtà le prospettive di crescita economica sono in un qualche modo indipendenti rispetto al problema della diseguaglianza, soprattutto con riferimento al caso tedesco che ha anche, come noto una importante politica sociale nonostante gli elevati livelli di crescita economica. La proposizione che associa più diseguaglianza a maggiori probabilità di crescita economica è quindi vera sotto il punto di vista empirico a livello globale anche se alcune economie fanno eccezione e questo lascia intendere l'esistenza di un qualche spazio di politica economica in grado di modificare le condizioni economiche sistemiche o i trend predefiniti.

Bauman scrive ancora: “Le società dei consumi stanno perdendo la capacità di consumare” . In effetti a causa della crisi economica e la riduzione del reddito la possibilità per le persone di consumare si è ridotta e questo ha comportato di fatto una riduzione dell'economia dei consumi. Nello stesso tempo la sfiducia e la paura del futuro hanno determinato una crescita dei risparmi con una riduzione ulteriore dei consumi. Per queste ragioni è probabile che anche i consumatori occidentali perderanno sempre maggiore terreno rispetto ai consumatori orientali.

Tuttavia è probabile che non vi saranno sommesse sociali né rivoluzioni né simili, poiché in effetti la condizione fondamentale affinché vi sia una reazione violenta è la compresenza fisica tra le varie classi sociali. La globalizzazione ha reso tutto più soffuso. In realtà non vi sono dei luoghi di incontro, delle piazze, delle agorà e neanche delle polis nelle quali potere esercitare una qualche forma di dialettica-scontro. Per questa ragione è probabile che la crisi delle elite finanziaria si verificherà con la manifestazione di un conflitto tra elite. Poiché le elite giocano a somma zero anche tra di loro. Tuttavia è difficile valutare quali siano i costi di un eventuale conflitto tra elite finanziarie.










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