Nel libro “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti! Falso” il sociologo Bauman affronta il tema della crescente diseguaglianza globale e della difficoltà da parte della ricchezza di filtrare verso il basso attraverso il meccanismo del trickle down, secondo il quale la ricchezza da sola andrebbe dall'alto verso il basso riducendo la diseguaglianza sociale. L'idea del trickel down, ovvero l'idea dello sgocciolio della ricchezza è una idea antica che fa parte soprattutto della tradizione politica economica conservatrice e di fatto riduce la possibilità da parte della politica economica di realizzare delle politiche di redistribuzione. In effetti: a cosa serve procedere alla distribuzione della ricchezza con delle politiche economiche di redistribuzione per esempio di carattere fiscale se la ricchezza ha la capacità di distribuirsi in modo naturale dai più ricchi ai più poveri senza bisogno di intervento da parte dello Stato ? In realtà questa idea del trickle down si unisce con l'idea di origine milliana secondo la quale prima bisognerebbe procedere alla crescita della “torta” ovvero alla crescita economica, e quindi prima bisognerebbe procedere con la crescita economica e solo successivamente si dovrebbe procedere alla determinazione di una politica economica in grado di realizzare una distribuzione.
Si tratta di una
proposizione di carattere conservatore che purtuttavia anche la
sinistra ha accettato anche se ha messo in evidenza la parte relativa
alla distribuzione rispetto al momento della produzione.
Il problema è molto
ampio perché sembra che a livello giuridico la diseguaglianza e
l'idea stessa del trickle down non possa essere realizzato, per
almeno in alcuni paesi, come l'Italia, nei quali la costituzione
stessa procede alla determinazione del principio della necessità di
rendere il sistema tributario progressivo.
Bauman sottolinea che
“L'ostinata persistenza della povertà su un pianeta alle prese
con il fondamentalismo della crescita economica è già abbastanza
per indurre le persone pensanti a fermarsi un momento e a riflettere
sulle vittime dirette e indirette di una così ineguale distribuzione
della ricchezza” (pag. 4, op. cit.)
In
effetti la crescita economica è un fenomeno che non riguarda tutta
la popolazione ma sempre una parte della popolazione. Questo perché
la crescita economica è il frutto delle decisioni di politica
economica, di produzione, di investimento e di consumo di una élite
che con la globalizzazione è diventata ancora più ristretta. Per
questa ragione la crescita economica coesiste alla crescita della
povertà e della diseguaglianza perché le élite che dispongono la
crescita economica sono volte al raggiungimento di una maggiore
capacità di ricchezza per se stesse e non si pongono il problema
della emancipazione delle classi povere.
Inoltre
sempre Bauman scrive che:“[…] La principale vittima della
disuguaglianza che si approfondisce sarà la democrazia, in quanto i
mezzi di sopravvivenza e di vita dignitosa,sempre più scarsi,
ricercati e inaccessibili, diventano oggetto di una rivalità brutale
e forse di guerra tra i privilegiati e i bisognosi lasciati senza
aiuto”(pag. 5, op. cit.)
E'
necessario considerare che la democrazia è un evento atipico nel
processo di creazione e di governo degli stati e delle nazioni,
perché in effetti la maggioranza degli stati hanno avuto sempre
un'altra tipologia di governo di carattere dittatoriale o monarchico
o anche di democrazia limitata, per censo, per classe sociale o per
sesso. La democrazia stessa sembra essere tollerata proprio per la
sua incapacità di ridurre le diseguaglianza sociali e di mettere
ordine nella enorme differenza tra coloro i quali detengono delle
risorse economiche e finanziaria e coloro i quali non le hanno. In
modo particolare possiamo verificare che le élite finanziarie
riescono ad influire sui governi e a decidere le sorti delle
democrazie nonostante la popolazione chiamata al voto si sia espressa
anche in senso progressista. Questa capacità da parte della élite
finanziaria di disporre del governo e anche del diritto, attraverso
la creazione di strutture di governo che sono informali e di un
diritto che opera come nuova lex mercatoria, è la ragione per la
quale le democrazie sono tollerate. Se infatti si prescinde dal caso
degli Usa dove la democrazia è una istituzione fondamentale dello
stato e riteniamo che non sia possibile da rimuovere gli altri stati
hanno avuto delle altre forme di governo non sempre democratiche.
Quello che è sempre esistito solo le élite finanziarie e la loro
capacità di influire sui destini dei popoli e dei governi. Oggi si
fa riferimento anche alle corporations ovvero alle aziende di
produzione che sarebbero in grado di influire gli stati-nazioni.
Tuttavia il ruolo delle corporations è stato esagerato. Le
corporations non esisterebbero se non esistessero delle élite
finanziare in grado di offrire strumenti finanziari a progetti di
carattere imprenditoriale, compresi quella della mitica “Silicon
valley”. Le corporations quindi sono un prodotto della élite
finanziarie e la loro capacità di influenzare le elite finanziare
dipende dalla capacità dei loro prodotti di essere vincenti sul
mercato. Dalla quale circostanza deriva la loro aggressività nei
confronti del mercato e del sistema produttivo, e la loro scelta di
delocalizzare pure in paesi nei quali non vi sono diritti dei
lavoratori, e quindi a volte essendo non solo produttori di
diseguaglianza ma di vero e proprio sfruttamento. Anche
l'individualismo del resto è stato del tutto esagerato nella
dialettica del capitalismo. La narrazione del capitalismo come
processo enfatizzante l'individualismo è stata sempre una narrazione
per il popolo. In realtà le classi dirigenti conoscono bene
l'importanza della comunità, della partecipazione, anche se magari
attraverso gruppi molto ristretti piuttosto che molto grandi.
Bauman
scrive: “Una delle fondamentali giustificazioni morali addotte a
favore dell'economia di libero mercato, e cioè che il perseguimento
del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il
perseguimento del bene comune risulta indebolita”.(pag. 5, op.
cit.)
Le
élite finanziarie sono quindi in grado di performare processi
sociali complessi mentre la popolazione è schiacciata da un
individualismo che ha mancato la sua promessa. Ma questa evidenza
empirica è solo una manifestazione di una proposizione che già le
classi dirigenti hanno eseguito: l'associazione nei gruppi, nelle
elite, nelle classi è fondamentale per il conseguimento di risultati
rilevanti anche sul piano strettamente economico. Questo non
significa che i singoli non hanno valore, significa più che altro
che il valore dei singoli viene ad essere espresso nella comunità,
nei gruppi, nelle associazioni nei quali il singolo si trova o è
chiamato ad esprimere la propria personalità, le proprie qualità.
In realtà per la maggioranza delle persone che non hanno la
possibilità di fare parte della esclusiva élite finanziaria, il
gruppo sociale di riferimento rimane la famiglia, ed è all'interno
delle famiglie più che nella società politica o nelle istituzione
economiche che le persone possono trovare la loro manifestazione.
Anche se in questo senso è necessario considerare il limite di un
sistema basato esclusivamente sulla famiglia potrebbe essere
regressivo sotto il punto di vista della distribuzione della
ricchezza per via della diversità di dotazione iniziale delle varie
famiglie. Per questa ragione è fondamentale che le persone, anche ai
livelli più bassi della società, procedano alla realizzazione di
processi e di meccanismi associativi, di gruppo, comunitari, che
possano offrire delle soluzioni nuove anche rispetto alle dotazioni
di partenza. L'unica possibilità per l'individualismo è quindi la
capacità della persona di manifestarsi liberamente nel gruppo
sociale di riferimento e nei gruppi dei quali partecipa attivamente.
Del
resto anche i gruppi e le comunità possono essere fortemente
regressive e trattenere al proprio interno la ricchezza e le
opportunità evitando che queste possano essere condivise e
accumulate anche da persone che hanno minore capacità di carattere
economico e sociale. Per questa ragione è necessario il ricorso alle
istituzioni politiche che quasi-platonicamente siano in grado di
riportare i gruppi bene comune universale.
Scrive
Bauman: “[...] la ricchezza accumulata al vertice della società
ha mancato clamorosamente di “filtrare verso il basso” così da
rendere un pò più ricchi tutti quanti noi o farci sentire più
sicuri, più ottimisti circa il futuro nostro e dei nostri figli, o
più felici” (pag. 7, op. cit.)
I
limiti del trickle down sono legati alla difficoltà della ricchezza
di fuoriuscire dai gruppi di riferimento. La ragione di questo blocco
che trasforma in regressiva la tensione comunitaria è nella
necessità dei gruppi di garantire una durata e una continuità alle
proprie organizzazioni fondative. Per questo è necessaria una
capacità politica ulteriore che sia in grado di determinare
dall'alto la tensione progressiva delle risorse economiche.
La
diseguaglianza è quindi una condizione economica prodotta da una
modalità dell'organizzazione sociale della vita economica in grado
di determinare delle condizioni di esclusione dai gruppi sociali e
dalle opportunità. Tuttavia le stesse condizioni che sono in grado
di fare in modo che il singolo possa rimuovere la diseguaglianza come
problema sociale sono a loro volta produttive di nuova diseguaglianza
per coloro i quali non sono coinvolti dalle organizzazioni. Per
questa ragione è necessario procedere alla determinazione di una
condizione politica che sia ancora più grande in grado di aprire i
gruppi chiusi e fare in modo che le politiche economiche re
distributive possano avere maggiore efficacia pure riconoscendo ai
singoli la possibilità di cercare attraverso i gruppi di modificare
le proprie condizioni economiche e partecipare di una realtà più
grande.
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