giovedì 1 gennaio 2015

Alcune riflessioni si “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti! Falso” -introduzione



Nel libro “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti! Falso” il sociologo Bauman affronta il tema della crescente diseguaglianza globale e della difficoltà da parte della ricchezza di filtrare verso il basso attraverso il meccanismo del trickle down, secondo il quale la ricchezza da sola andrebbe dall'alto verso il basso riducendo la diseguaglianza sociale. L'idea del trickel down, ovvero l'idea dello sgocciolio della ricchezza è una idea antica che fa parte soprattutto della tradizione politica economica conservatrice e di fatto riduce la possibilità da parte della politica economica di realizzare delle politiche di redistribuzione. In effetti: a cosa serve procedere alla distribuzione della ricchezza con delle politiche economiche di redistribuzione per esempio di carattere fiscale se la ricchezza ha la capacità di distribuirsi in modo naturale dai più ricchi ai più poveri senza bisogno di intervento da parte dello Stato ? In realtà questa idea del trickle down si unisce con l'idea di origine milliana secondo la quale prima bisognerebbe procedere alla crescita della “torta” ovvero alla crescita economica, e quindi prima bisognerebbe procedere con la crescita economica e solo successivamente si dovrebbe procedere alla determinazione di una politica economica in grado di realizzare una distribuzione.

Si tratta di una proposizione di carattere conservatore che purtuttavia anche la sinistra ha accettato anche se ha messo in evidenza la parte relativa alla distribuzione rispetto al momento della produzione.

Il problema è molto ampio perché sembra che a livello giuridico la diseguaglianza e l'idea stessa del trickle down non possa essere realizzato, per almeno in alcuni paesi, come l'Italia, nei quali la costituzione stessa procede alla determinazione del principio della necessità di rendere il sistema tributario progressivo.

Bauman sottolinea che “L'ostinata persistenza della povertà su un pianeta alle prese con il fondamentalismo della crescita economica è già abbastanza per indurre le persone pensanti a fermarsi un momento e a riflettere sulle vittime dirette e indirette di una così ineguale distribuzione della ricchezza” (pag. 4, op. cit.)

In effetti la crescita economica è un fenomeno che non riguarda tutta la popolazione ma sempre una parte della popolazione. Questo perché la crescita economica è il frutto delle decisioni di politica economica, di produzione, di investimento e di consumo di una élite che con la globalizzazione è diventata ancora più ristretta. Per questa ragione la crescita economica coesiste alla crescita della povertà e della diseguaglianza perché le élite che dispongono la crescita economica sono volte al raggiungimento di una maggiore capacità di ricchezza per se stesse e non si pongono il problema della emancipazione delle classi povere.

Inoltre sempre Bauman scrive che:“[…] La principale vittima della disuguaglianza che si approfondisce sarà la democrazia, in quanto i mezzi di sopravvivenza e di vita dignitosa,sempre più scarsi, ricercati e inaccessibili, diventano oggetto di una rivalità brutale e forse di guerra tra i privilegiati e i bisognosi lasciati senza aiuto”(pag. 5, op. cit.)

E' necessario considerare che la democrazia è un evento atipico nel processo di creazione e di governo degli stati e delle nazioni, perché in effetti la maggioranza degli stati hanno avuto sempre un'altra tipologia di governo di carattere dittatoriale o monarchico o anche di democrazia limitata, per censo, per classe sociale o per sesso. La democrazia stessa sembra essere tollerata proprio per la sua incapacità di ridurre le diseguaglianza sociali e di mettere ordine nella enorme differenza tra coloro i quali detengono delle risorse economiche e finanziaria e coloro i quali non le hanno. In modo particolare possiamo verificare che le élite finanziarie riescono ad influire sui governi e a decidere le sorti delle democrazie nonostante la popolazione chiamata al voto si sia espressa anche in senso progressista. Questa capacità da parte della élite finanziaria di disporre del governo e anche del diritto, attraverso la creazione di strutture di governo che sono informali e di un diritto che opera come nuova lex mercatoria, è la ragione per la quale le democrazie sono tollerate. Se infatti si prescinde dal caso degli Usa dove la democrazia è una istituzione fondamentale dello stato e riteniamo che non sia possibile da rimuovere gli altri stati hanno avuto delle altre forme di governo non sempre democratiche. Quello che è sempre esistito solo le élite finanziarie e la loro capacità di influire sui destini dei popoli e dei governi. Oggi si fa riferimento anche alle corporations ovvero alle aziende di produzione che sarebbero in grado di influire gli stati-nazioni. Tuttavia il ruolo delle corporations è stato esagerato. Le corporations non esisterebbero se non esistessero delle élite finanziare in grado di offrire strumenti finanziari a progetti di carattere imprenditoriale, compresi quella della mitica “Silicon valley”. Le corporations quindi sono un prodotto della élite finanziarie e la loro capacità di influenzare le elite finanziare dipende dalla capacità dei loro prodotti di essere vincenti sul mercato. Dalla quale circostanza deriva la loro aggressività nei confronti del mercato e del sistema produttivo, e la loro scelta di delocalizzare pure in paesi nei quali non vi sono diritti dei lavoratori, e quindi a volte essendo non solo produttori di diseguaglianza ma di vero e proprio sfruttamento. Anche l'individualismo del resto è stato del tutto esagerato nella dialettica del capitalismo. La narrazione del capitalismo come processo enfatizzante l'individualismo è stata sempre una narrazione per il popolo. In realtà le classi dirigenti conoscono bene l'importanza della comunità, della partecipazione, anche se magari attraverso gruppi molto ristretti piuttosto che molto grandi.

Bauman scrive: “Una delle fondamentali giustificazioni morali addotte a favore dell'economia di libero mercato, e cioè che il perseguimento del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune risulta indebolita”.(pag. 5, op. cit.)

Le élite finanziarie sono quindi in grado di performare processi sociali complessi mentre la popolazione è schiacciata da un individualismo che ha mancato la sua promessa. Ma questa evidenza empirica è solo una manifestazione di una proposizione che già le classi dirigenti hanno eseguito: l'associazione nei gruppi, nelle elite, nelle classi è fondamentale per il conseguimento di risultati rilevanti anche sul piano strettamente economico. Questo non significa che i singoli non hanno valore, significa più che altro che il valore dei singoli viene ad essere espresso nella comunità, nei gruppi, nelle associazioni nei quali il singolo si trova o è chiamato ad esprimere la propria personalità, le proprie qualità. In realtà per la maggioranza delle persone che non hanno la possibilità di fare parte della esclusiva élite finanziaria, il gruppo sociale di riferimento rimane la famiglia, ed è all'interno delle famiglie più che nella società politica o nelle istituzione economiche che le persone possono trovare la loro manifestazione. Anche se in questo senso è necessario considerare il limite di un sistema basato esclusivamente sulla famiglia potrebbe essere regressivo sotto il punto di vista della distribuzione della ricchezza per via della diversità di dotazione iniziale delle varie famiglie. Per questa ragione è fondamentale che le persone, anche ai livelli più bassi della società, procedano alla realizzazione di processi e di meccanismi associativi, di gruppo, comunitari, che possano offrire delle soluzioni nuove anche rispetto alle dotazioni di partenza. L'unica possibilità per l'individualismo è quindi la capacità della persona di manifestarsi liberamente nel gruppo sociale di riferimento e nei gruppi dei quali partecipa attivamente.

Del resto anche i gruppi e le comunità possono essere fortemente regressive e trattenere al proprio interno la ricchezza e le opportunità evitando che queste possano essere condivise e accumulate anche da persone che hanno minore capacità di carattere economico e sociale. Per questa ragione è necessario il ricorso alle istituzioni politiche che quasi-platonicamente siano in grado di riportare i gruppi bene comune universale.

Scrive Bauman: “[...] la ricchezza accumulata al vertice della società ha mancato clamorosamente di “filtrare verso il basso” così da rendere un pò più ricchi tutti quanti noi o farci sentire più sicuri, più ottimisti circa il futuro nostro e dei nostri figli, o più felici” (pag. 7, op. cit.)

I limiti del trickle down sono legati alla difficoltà della ricchezza di fuoriuscire dai gruppi di riferimento. La ragione di questo blocco che trasforma in regressiva la tensione comunitaria è nella necessità dei gruppi di garantire una durata e una continuità alle proprie organizzazioni fondative. Per questo è necessaria una capacità politica ulteriore che sia in grado di determinare dall'alto la tensione progressiva delle risorse economiche.

La diseguaglianza è quindi una condizione economica prodotta da una modalità dell'organizzazione sociale della vita economica in grado di determinare delle condizioni di esclusione dai gruppi sociali e dalle opportunità. Tuttavia le stesse condizioni che sono in grado di fare in modo che il singolo possa rimuovere la diseguaglianza come problema sociale sono a loro volta produttive di nuova diseguaglianza per coloro i quali non sono coinvolti dalle organizzazioni. Per questa ragione è necessario procedere alla determinazione di una condizione politica che sia ancora più grande in grado di aprire i gruppi chiusi e fare in modo che le politiche economiche re distributive possano avere maggiore efficacia pure riconoscendo ai singoli la possibilità di cercare attraverso i gruppi di modificare le proprie condizioni economiche e partecipare di una realtà più grande.














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